Come va a scuola? E David…?

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Domenica, telefonata dei nonni: “Ciao, come state? Come sta il piccolino? (…) Come va Simone con la scuola? Ha avuto la pagella? Oh, che bravo!! Fategli tanti complimenti, bravissimo, davvero! Chissà come siete orgogliosi!”
Pochi secondi di pausa e poi, in tono più sommesso: “E David…?”

Martedì pomeriggio, la vicina di casa sul pianerottolo: “Ciao, come va? (…) Tutto bene a scuola? Si trova bene? Oh, mi spiace. Eh, anche mio nipote… Eh, ne sento tanti… Ma con i professori va bene? Oh, bravo!”
In quel momento arriva David, la vicina lo saluta e poi: “E tu? Proprio a scuola non ci vuoi andare?”

Giovedì mattina, la mamma di una ex-compagna al supermercato: “Ciao! (…) La mia va al linguistico, si trova abbastanza bene ma danno un sacco di compiti! Ha problemi in matematica, ma lo sai che non è mai stata la sua materia. Simone cosa ha scelto, l’agrario? Sempre bravo, eh? E David dove va?”
Silenzio attonito e poi: “Ah. Be’, salutameli entrambi! Ciao!”

Sabato, ragazzi in ludoteca a Simone: “Te che scuola fai? Ti piace?”
Sabato, ragazzi in ludoteca a David: “Te che scuola fai? Cosa vuol dire che non vai a scuola?? E allora cosa fai?”

Questi stralci di conversazione ricalcano piuttosto fedelmente il copione che si ripete ogni volta che amici, parenti o semplici conoscenti ci chiedono dei ragazzi. Salute e scuola: pare che un adolescente non sia fatto d’altro. Non solo, pare addirittura che, in mancanza della scuola, la vita di un ragazzo sia vuota, inconsistente, oseremmo quasi dire inutile.
Se non va a scuola, cosa fa? Se non va a scuola, cosa gli si può chiedere? Se non va a scuola, che razza di adolescente è?
Per contro, se va a scuola, allora le domande sono tanto abbondanti quanto banali: come va? Gli piace? Si trova bene? Che voti ha? Che scuola è?
Domande di cui spesso non si ascolta neppure la risposta con vero interesse, perché vengono poste per abitudine. Ecco perché, di fronte ad un ragazzo che non va a scuola, c’è sempre un attimo di smarrimento, un momento in cui l’interlocutore si chiede preoccupato ‘E adesso cosa chiedo?’, salvo risolvere immediatamente l’imbarazzo con un repentino cambio d’argomento.
Dunque è questo che sono diventati i bambini e i ragazzi? Non esseri umani, non individui unici, dotati di un personalissimo cammino, di idee, sentimenti, emozioni, progetti. No, studenti. Esistono in funzione della scuola e il conoscente, l’amico, il parente frettoloso riesce a concepirli solo in relazione al mondo scolastico.
Che un ragazzo abbia dei progetti è strano. Ma che addirittura faccia delle cose senza andare a scuola pare davvero impossibile.
Cosa potrà mai fare, David, se non va a scuola? Come riempirà le sue giornate? Di che saranno fatti i suoi pensieri?
Abbiamo ghettizzato i bambini e gli adolescenti, rendendoli diversi da noi e relegandoli nelle uniche due sfere di interesse che riconosciamo loro: il gioco per i primi e la scuola per i secondi. Non li guardiamo più, non cerchiamo più di conoscerli, non li consideriamo davvero (pur con tutto il giro d’affari che ruota attorno a quei due periodi della vita); li abbiamo separati da noi e ci limitiamo a fissarli come attraverso il vetro di un acquario. Quel che è peggio è che anche loro hanno imparato a guardarsi allo stesso modo e a vedersi solo finché vivono nell’acquario della scuola. Un mondo, il loro, che rimane familiare solo fino a quando rientra nello schema che abbiamo inventato per loro (gioco – scuola) e che crolla miseramente non appena uno di loro nuota fuori dalla teca!