La scuola-che-vorremmo

Gianfranco Zavalloni, dirigente scolastico scomparso nel 2012, affermava nel suo libro “La pedagogia della lumaca” che ogni insegnante dovrebbe avere una propria idea di scuola. Abbiamo quindi deciso di esprimere anche noi la nostra opinione su come vorremmo che fosse la scuola pubblica basandoci sulle nostra esperienza di ex-studenti, di genitori di tre figli che hanno frequentato la scuola pubblica e quella familiare, di amici di insegnanti nonché insegnanti a nostra volta di alunni che per un motivo o per l’altro sono venuti a lezione delle più svariate materie, da matematica ad inglese, da informatica a filosofia. Siamo dell’opinione che ogni essere umano, specialmente quelli che con la scuola hanno un qualsivoglia tipo di rapporto, dovrebbe maturare una propria visione di scuola ideale: rallentando i nostri ritmi e fermandoci un po’ a riflettere forse sarà possibile offrire agli studenti (e non solo) un ambiente che si avvicini il più possibile a quello confortevole, familiare e domestico che la maggior parte della gente preferisce frequentare.

Partiamo dai fatti. Quasi ogni governo che si è succeduto negli ultimi vent’anni ha provveduto a riformare la scuola: in pratica queste riforme consistevano nel demolire quasi completamente il lavoro fatto dal governo precedente e, se possibile, nel proporne uno vagamente innovativo e decisamente peggiore di tutti i precedenti. Come fa notare Carlo Cremaschi nel suo ottimo libro “Malascuola”, si è passati dalla maestra unica alle tre maestre, dalla sola “I” di Italia alle tre “I” di inglese, informatica, impresa; gli esami di quinta elementare sono andati e venuti, migrando come le rondini a seconda dello schieramento che si insediava a Palazzo Chigi, e altrettanto hanno fatto gli esami di riparazione, prima scomparsi e poi sostituiti da debiti e crediti, di dubbio valore formativo anche nella vita reale perché conducono all’idea che si possa portare avanti l’apprendimento (e la vita) continuando ad accumulare debiti e saldandoli il più tardi possibile. Ci sono state la riforma Berlinguer e la “Buona scuola” di Renzi, ma se andate a intervistare gli studenti, la scuola di oggi non è molto diversa da quella che abbiamo frequentato noi trent’anni fa: gli insegnanti fanno forse più verifiche e più riunioni, il bidello è diventato collaboratore scolastico mentre il preside ha assunto il ruolo più altisonante di dirigente scolastico, ma nei fatti la sostanza non è cambiata di molto. Solo la riduzione del budget a disposizione degli istituti scolastici è stata una costante tra i vari governi che si sono succeduti: come ovvia conseguenza del continuo taglio di fondi, le scuole sono state costrette a ricorrere in maniera sempre più ingente ai contributi delle famiglie. Ma quanti soldi sono veramente necessari per trasmettere cultura e soprattutto amore per il sapere? Di quanti soldi ha bisogno la scuola pubblica per raggiungere questo ambizioso obiettivo?

La scuola al giorno d’oggi ha veramente bisogno di una riforma, ma di una riforma vera, di concetti e non di strumenti: l’impostazione scolastica attuale ha più di un secolo e cerca di incastrare le rotonde esigenze delle persone nelle sue strutture quadrate, tentando tutt’al più di smussare un po’ i lati dei fori. I problemi sono tanti ed evidenti, ma derivano tutti dal fatto che la società è cambiata e con essa i requisiti richiesti alla scuola. Quando un progetto è stato costruito su certe basi e quelle basi non esistono più, fare piccole modifiche, aggiungere delle pezze, non sarà sufficiente a mantenerlo efficiente ed efficace: sarà necessario riprogettarlo da capo. Ne sanno qualcosa gli ingegneri informatici: ad ogni nuova richiesta del committente, non prevista nelle fasi iniziali del progetto, si aggiunge una patch o si incastra a forza nell’architettura iniziale una nuova funzionalità non prevista. Si arriva (a volte fin troppo rapidamente) ad un punto in cui ogni correzione apportata rischia di creare altri e più gravi problemi e il tempo passato a testare il corretto funzionamento dell’applicazione supera di gran lunga quello impiegato nella realizzazione della stessa. Quello è il momento in cui bisogna far tesoro di tutta l’esperienza accumulata sul progetto e ricominciare da zero, in modo che la nuova architettura tenga conto di tutte le necessità e problemi che si sono manifestati nel corso degli anni.
Lo zero è un numero importante, quello verso cui tendono la semplificazione e la decrescita in modo da liberare poi risorse per un nuovo tipo di crescita: la scuola è il progetto che ci piacerebbe iniziare a riscrivere da zero.

Cremaschi ha dimostrato come la scuola attuale, ampiamente riorganizzata, ma senza subire stravolgimenti nell’impostazione di fondo, potrebbe risolversi da sola tutti i problemi finanziari e anzi liberare risorse per innalzare lo stipendio degli insegnanti fino a duemila euro al mese, richiedendo in cambio maggior disponibilità oraria da parte dei professori unita alla rinuncia ai due mesi di vacanza estiva. Molte delle idee di Cremaschi e di Paolo Fabbri (autore de “La scuola Italiana”) le abbiamo fatte nostre, ma abbiamo anche attinto all’impostazione che viene data alla scuola in altri paesi europei ed extra europei e che ci è stata illustrata da amici che vivono o hanno vissuto praticamente in tutto il mondo. Esponiamo quindi le nostre idee su come si potrebbe rifondare (e non riformare) la scuola affinché risponda meglio alla esigenze degli studenti, dei genitori e degli insegnanti di oggi.

  1. Alcuni dei difetti della scuola pubblica attuale
  2. I concetti cardine della scuola-che-vorremmo
  3. La gestione del tempo: ora, settimana e anno
  4. La scuola a moduli e a livelli
  5. I cicli e la regola demoniaca del 6-6-6
  6. Il secondo ciclo
  7. Il terzo ciclo
  8. Le materie, pardon… i moduli
  9. La (non)valutazione degli studenti
  10. Chiusura sui libri di testo

Ultimo aggiornamento: 15/09/2016

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2 risposte a “La scuola-che-vorremmo”

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