La (non)valutazione degli studenti

Ogni riforma della scuola ha proposto il suo modo di valutare gli studenti: si è passati dai voti espressi in numeri ai giudizi espressi a parole, si è tornati ai numeri e ora ci si sta muovendo verso l’utilizzo del sistema anglosassone delle lettere. Attraversando debiti e crediti, nessuna riforma ha mai proposto semplicemente di eliminare in toto la valutazione degli studenti. Siccome la nostra è una rifondazione della scuola all’insegna della semplificazione, tutto ciò che non risulta utile è superfluo (per non dire dannoso) e deve essere eliminato.
Così come gli insegnanti bocciano gli studenti non idonei a passare al livello successivo, noi bocciamo i voti perché li riteniamo causa di stress nei ragazzi e non idonei alla scuola-che-vorremmo. Per “valutare” un alunno, un bravo insegnante non ha bisogno di voti, registri, interrogazioni e verifiche formali, ma solo di osservarne giorno per giorno il comportamento e il lavoro svolto in classe e (eventualmente) a casa: sostituendo all’interrogazione il dialogo e alle verifiche gli esercizi svolti in classe si può ottenere lo stesso risultato con un lavoro quotidiano continuo e rilassato piuttosto che con una verifica compressa in un’ora.
Ricordiamo sempre che bambini e ragazzi non sono piccoli adulti che devono oggi affrontare prove simili alle nostre e che non devono essere addestrati perché un giorno dovranno forse affrontarle (se si ragiona in questo modo, allora ci dovremmo abituare anche ogni tanto ad essere investiti da un’auto, a passare qualche giorno all’ospedale, ecc…).
Forse non ci avete mai pensato, ma esistono anche in Italia scuole dove, senza ricevere voti, chi le frequenta impara ciò che gli viene insegnato: sono scuole di canto, ballo, tennis, nuoto, scacchi, yoga, ecc… Queste scuole, incentrate sull’interesse dell’allievo e dotate di un ambiente più rilassato, sostituiscono allo studio svolto in maniera puntuale e discontinua (tipico della scuola pubblica e pieno di salti da un argomento all’altro richiesti per seguire il ritmo delle interrogazioni e delle verifiche) un apprendimento graduale, continuo e armonioso anche su più materie. In queste scuole si studia per apprendere e non per prendere un bel voto o un titolo di studio.
Come diceva Illich in “Descolarizzare la società”, la responsabilità dell’apprendimento è di chi apprende, non di chi insegna: si possono avere a disposizione i migliori insegnanti del mondo, ma se gli allievi non avranno alcun interesse ad imparare ciò che viene loro spiegato, non ci sarà alcun apprendimento.

Dal sito del MIUR (Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca) si legge per l’anno scolastico 2011-2012
“Aumentano, seppur di poco, gli studenti promossi alle classi successive nelle scuole secondarie di I e II grado. E’ questa la tendenza generale che emerge dai dati pervenuti finora al Ministero. Secondo le cifre che si riferiscono all’85% delle scuole medie e al 91% delle superiori, quest’anno la percentuale degli studenti promossi alle classi successive è del 95,7% nelle medie e del 62% alle superiori. Lo scorso anno era del 95,3% nelle medie e del 60,8% nelle superiori.
[…]
Allo stesso tempo, diminuiscono le percentuali dei non ammessi e dei sospesi in giudizio: gli studenti che nelle superiori hanno riportato almeno un’insufficienza da recuperare per essere ammessi all’anno successivo sono passati dal 27,5% al 27,1%; mentre la percentuale dei non ammessi passa dall’11,7% al 10,9%. Per quanto riguarda le medie, si passa dal 4,7% di non ammessi dello scorso anno al 4,3%.”
[Fonte: MIUR]

La bocciatura nella scuola elementare italiana è, invece, una rarità. Nell’anno scolastico 2007-2008 i bocciati sono stati lo 0,8%. Nel 2008-2009 la percentuale è scesa allo 0,6%, dato che è rimasto stabile fino al 2010-2011.
I voti e le bocciature vengono sostituiti da un giudizio di non idoneità a proseguire con il livello successivo che non implica per forza una bocciatura: gli studenti potranno infatti interrompere il proseguimento degli studi in quel modulo per avviarne altri. Indicativamente il 10% (o magari anche solo il 5%) degli studenti di un modulo dovrebbe essere “fermato” ad ogni livello perché in ogni classe una parte dei ragazzi non raggiunge il livello minimo o per voglia o per capacità: in questo modo si ottiene una distribuzione più uniforme delle non-idoneità facendo proseguire gli studenti più meritevoli e dando la possibilità di recuperare a quelli che sono rimasti indietro, ovviamente solo nelle materie in cui hanno delle lacune, mentre nelle altre possono proseguire tranquillamente.
Scostamenti notevoli dalla percentuale scelta richiedono un’adeguata motivazione. Forzare una percentuale fissa di bocciature permette infatti di non avere moduli più “duri” di altri: tutti i moduli Matematica 7, ad esempio, richiederanno un impegno analogo per essere superati e le difficoltà del corso non dipenderanno dal buon cuore, dall’ingenuità o dalla crudeltà dell’insegnante di turno che non potrà mai risultare né troppo indulgente né troppo severo.

Gli esami di fine ciclo (leggasi esame di licenza media e di maturità) sono degli spauracchi per gli studenti, che vengono spesso e volentieri intimoriti dagli insegnanti stessi. Chi ha lavorato molto teme che durante l’esame possa “inciampare”, inficiando così la sua valutazione e vedendo vanificato tutto l’impegno profuso nel corso degli anni. Lo studio per superare l’esame non è quindi uno studio per apprendere, ma si trasforma in un impegno per non fallire.
L’esame di fine ciclo è la summa del concetto di voto: racchiude in sé tutta l’inutilità e i problemi creati dal meccanismo del voto. Un esame fatto di alcune prove scritte e una prova orale non può in alcun modo valutare in maniera esaustiva il lavoro di anni, tant’è che spesso intervengono altri fattori più o meno artificiali a completare la valutazione (voto di presentazione, crediti, ecc…) in modo da portare la percentuale di promozioni a superare il 99% anche tra gli ammessi all’esame di maturità.
Un esame di fine ciclo uguale per tutti gli studenti di una scuola è ingiusto anche nei confronti degli interessi personali dei singoli allievi: infatti chi ha scelto di andare allo scientifico può essere preparato in maniera appropriata quanto chi ha scelto di andare all’agraria, pur uscendo con voti totalmente diversi. Studenti che faranno strade diverse non devono essere valutati in base agli stessi criteri: Zavalloni chiarisce bene questo concetto ne “L’esame del peggiore della scuola”. Inoltre istituti diversi e, all’interno dello stesso istituto, commissioni diverse (e, all’interno della stessa commissione, insegnanti diversi) valutano gli studenti e i loro elaborati in maniera diversa, valutando in maniera diversa elaborati di pari valore e creando in questo modo ingiustizia.

Gli esami di accesso all’università pongono, invece, sullo stesso piano studenti provenienti da realtà differenti, sono contestualizzati rispetto alla facoltà scelta e danno un’indicazione allo studente sul possesso delle capacità adeguate per frequentare con successo il primo anno accademico della facoltà scelta, proprio come il superamento di un livello garantisce che lo studente abbia raggiunto le competenze richieste per accedere al livello successivo senza bisogno di sostenere esami one-shot che possono o confermare il risultato del livello (e allora risultano inutili) oppure alterarlo (e allora sono ingiusti).
Il modello di un esame di accesso al posto di un esame di fine ciclo risulta migliore sotto diversi punti di vista: una scuola (o – perché no? – un’azienda) alla quale si richiede di accedere valuta attraverso un esame se lo studente ha capacità adeguate ad affrontare quelle che saranno le materie che studierà nei prossimi anni. Questa modalità garantisce che l’esame venga svolto su argomenti appropriati al percorso futuro dello studente e garantisce inoltre una maggior uniformità di giudizio nei riguardi di coloro che vogliono seguire un percorso analogo perché svolti dalla stessa commissione.

Qual è allora la soluzione migliore?
Tra le due presentate ovviamente la seconda, ma perché non la si attua? Forse la legge lo impedisce?
L’articolo 33 della Costituzione Italiana cita

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
E’ prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.”

La Costituzione Italiana prevede un esame di accesso ai vari ordini e gradi delle scuole.
Perché allora non lo si è fatto? C’è stato forse un tempo in cui tali esami sono esistiti?
Cremaschi in “Malascuola” ricorda che “nella scuola che ho frequentato ‘gli esami non finivano mai’. La trafila iniziava in prima elementare: per chi si iscriveva in anticipo era previsto un esame finale per l’ammissione alla seconda. Poi c’era l’esame di seconda elementare, per il passaggio al triennio. Alla fine l’esame di quinta. Ma non bastava: la scuola media prevedeva un esame di ammissione, con prove di italiano, aritmetica, storia e geografia”.

C’è stato quindi un tempo in cui la scuola media prevedeva un esame di accesso.
Ma se ci sono stati questi esame e la Costituzione li prevede in affiancamento o in alternativa a quelli di fine ciclo (a seconda di come si voglia intendere quell’o dell’articolo 33) allora è possibile reintrodurli. Gli esami di fine ciclo non sono altro che spauracchi che la stragrande maggioranza degli studenti supera spesso senza nemmeno studiare. Al contrario gli esami di accesso sono spesso molto più utili e selettivi, e forse è proprio per questo che li si osteggia così ferocemente.

Tornando alla domanda su quale sia la soluzione migliore, la nostra risposta è nessuna delle due presentate: sarebbe molto meglio se gli studenti della scuola-che-vorremmo non affrontassero alcun esame, ma un unico ciclo di studi (chiamato vita) suddiviso in moduli e livelli senza più distinzione tra scuole primarie e secondarie, elementari, medie e superiori. Al termine degli studi, che avverrà quando le condizioni saranno ritenute idonee dallo studente e dalla famiglia, il portfolio costituito dai moduli frequentati con i rispettivi livelli raggiunti costituirà il titolo di studio definitivo e personalizzato dello studente che potrà, se vorrà, presentarlo alla comunità in una cerimonia ufficiale simile alla discussione della tesi di laurea.

In conclusione l’eliminazione del meccanismo dei voti porta alla riduzione e alla semplificazione della burocrazia scolastica e consente agli insegnanti di dedicare maggior tempo all’insegnamento vero e proprio piuttosto che all’esprimere giudizi su altre persone (chissà chi ha dato loro il permesso di farlo?!), alla compilazione di registri elettronici, al calcolo di arrotondamenti e medie e alla preparazione di verifiche complicate o semplificate a seconda dei casi. Ma soprattutto porta ad un notevole miglioramento nella vita delle future generazioni che potranno evitare di caricarsi di un bel po’ di ansia, stress, cattiveria e tante altre sensazioni negative che accompagnano la vita scolastica quando si parla di voti ed esami: in questo modo potranno un giorno diventare adulti migliori e meno violenti e vendicativi nei confronti del prossimo.

Ultimo aggiornamento: 15/09/2016

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