I cicli e la regola demoniaca del 6-6-6

Allo stato attuale delle cose i bambini possono iniziare la loro avventura scolastica all’età di sei anni, ma a volte anche prima (se non consideriamo asilo nido e scuola materna come parte di questa avventura); davanti a loro si dipanano almeno dieci anni di scuola, qualunque siano l’impegno e l’interesse che ci metteranno e i risultati che otterranno. Il loro obbligo terminerà il secondo anno delle superiori, costringendoli a concludere un ciclo di scuola primaria (le vecchie elementari) della durata di cinque anni, un ciclo di scuola secondaria di primo grado (le vecchie scuole medie) della durata di tre anni e un biennio nella scuola secondaria di secondo grado (perché terziaria suonava male) che, se interrotto a questo punto, non lascerà comunque altro allo studente che il titolo di licenza media.
Sorvolando sulla confusione che questi nomi generano a volte persino nei rappresentanti di classe (ci è capitato di sentir parlare di una non meglio identificata scuola primaria di secondo grado) vogliamo far notare come questa suddivisione sia tutt’altro che armonica perché figlia di un vecchio retaggio che vedeva la conclusione dell’obbligo scolastico (pardon, dell’obbligo di istruzione) all’età di 14 anni, in corrispondenza del conseguimento della licenza media. Ora questo obbligo è stato spostato avanti fino all’età di 16 anni (ma esiste già una legge che ne prevede il prolungamento fino a 18 anni anche se non è ancora stata attuata), ma la scuola non si è adeguata per rilasciare un titolo di studio appropriato per chi desidera interrompere gli studi oppure, pur non desiderandolo, non può proseguire oltre.
La nostra idea elimina questa complessità di nomi, abbassa l’obbligo di istruzione ai 15 anni, consente a chi proprio non vuole proseguire gli studi di poter entrare nel mondo del lavoro un anno prima con un titolo di studio adeguato e consegna il diploma di maturità a 18 anni, allineandolo con la maturità anagrafica e con gli standard di altri paesi europei. Inoltre è un’idea molto semplice ed elegante… e forse per questo un po’ diabolica: è la regola del 6-6-6

  • I ciclo (scuola dell’infanzia): 6 anni da passare a casa con la famiglia (preferibilmente) oppure in quelli che attualmente sono gli asili nido o le scuole materne
  • II ciclo (scuola della fanciullezza): 6 anni, divisi in due periodi di 3 anni ciascuno (che terminano ai 12 anni di età degli studenti), dedicati all’apprendimento del “leggere, scrivere e far di conto”, al comportamento da tenere a scuola, all’attenzione, alla concentrazione e all’impostazione di un metodo di studio e di lavoro
  • III ciclo (scuola dell’adolescenza): 6 anni, divisi in due periodi di 3 anni ciascuno (che terminano quindi a 15 e a 18 anni rispettivamente), dedicati all’apprendimento e all’approfondimento di materie specifiche

La prima cosa che salta agli occhi in questa nuova suddivisione è la scomparsa della scuola media, antico retaggio di un tempo che fu e oggi anacronistica terra di mezzo dove si insegnano materie che la maggior parte degli studenti abbandoneranno dopo tre anni (ad es. la seconda lingua comunitaria, musica, arte, disegno tecnico). Inoltre la scuola media è quella dove attualmente si verificano la maggior parte degli atti di bullismo.
Già la riforma Berlinguer (mai attuata) la eliminava, sostituendola con due cicli di 7 e 5 anni rispettivamente. Lo stesso fa la scuola-che-vorremmo ponendo l’uscita dalla vecchia scuola elementare un anno più avanti: il primo anno di scuola media, in genere dedicato (perso) al ripasso e ad amalgamare studenti che poi si lasceranno appena due anni dopo, è accorpato al secondo ciclo mentre gli altri due anni sono uniti al terzo ciclo. Potendo scegliere i moduli da seguire, gli studenti potranno certamente selezionare materie che poi abbandoneranno, ma potranno anche scegliere tra molte altre perché per “aprire la mente” – come dicono in molti tra cui Cremaschi – qualsiasi insegnamento può andar bene.
Non siamo demagoghi: non pensiamo che l’idea di eliminare la scuola media porterebbe con sé la scomparsa degli atti di bullismo, ma potrebbe dare una mano in questa direzione perché chi li compie sono in genere i ragazzi più grandi alle medie che andrebbero a frequentare il terzo ciclo dove sarebbero i più piccoli e non potrebbero essere bulli nei confronti di ragazzi di cinque anni più grandi di loro.

I titoli conseguiti alla fine di ogni ciclo riportano come certificazione delle competenze i livelli ottenuti nei vari moduli del curriculum scolastico senza la necessità di dover sostenere un ulteriore esame. In particolare il vecchio “diploma di maturità” non è più differenziato per tipo di scuola (dato che non esisterà nemmeno più il tipo di scuola). L’accesso all’università o al mondo del lavoro è garantito dalle competenze conseguite: ogni ateneo od azienda può richiedere determinati livelli (che lo studente può raggiungere anche prima del completamento dell’ultimo ciclo) affiancandole eventualmente ad un esame d’accesso (non ad un esame di uscita) ben incentrato sulle necessità dell’ateneo o dell’azienda specifici.

Non prenderemo in considerazione in questa disanima il primo ciclo perché riteniamo che non sia necessario istituzionalizzare la scuola e, soprattutto, l’istruzione per un bambino di età inferiore ai sei anni che dovrebbe principalmente giocare, invece di imparare la musica o l’inglese perché ci tengono molto i suoi genitori. Ogni gesto della giornata di un bambino fa parte della sua crescita e del suo apprendimento che però deve essere spontaneo e non venire forzato in vista di un eventuale futuro che forse non vorrà mai realizzare. Concentriamoci invece sul secondo e sul terzo ciclo.

Ultimo aggiornamento: 15/09/2016

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1 risposta a “I cicli e la regola demoniaca del 6-6-6”

  1. Suddividere i bambini del secondo ciclo per capacità è un’idea forte che ha già fatto geridare “alla ghettizzazione” alcuni nostri amici. Ma non è forse ciò che succede alle superiori? Il liceo non è forse la scuola dei “bravi” e le professionali quelle dei “somari”? Quante ottime persone frequentano o hanno frequentato gli istituti tecnici o professionali e quanti “poco di buono” i licei?
    Ovviamente si tratta sempre di casi isolati, ma già orientare e accorpare i ragazzi fin dai primi anni consentirebbe a chi è più indietro di poter recuperare meglio le proprie lacune e chi, invece, è più avanti di proseguire più spedito sulla sua strada.

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